L'epoca che stiamo attraversando ci pone di fronte ad una grave involuzione morale, culturale e politica quanto mai profonda. La tematica riconduce ad un passato tragico ma mai del tutto sopito. Nel saggio Liberal Eugenics N. Agar (in KUHSE H. - SINGER P., Bioethics, Blackwell, London 2000, 171) si chiede: «Se precettori specializzati, campeggi, programmi di training, persino la somministrazione dell'ormone della crescita per aumentare di qualche pollice la statura, rientrano nell'ambito discrezionale con cui i genitori allevano i figli, perché mai dovrebbe essere meno legittimo un intervento genetico teso a migliorare i normali caratteri della prole»?

Queste parole rappresentano un illuminante manifesto della “nuova” eugenetica, quella che a partire dagli anni Sessanta si è sviluppata fino ai nostri giorni, e che pur mostrandosi disinvolta e liberale non è meno inquietante di quella “classica”. La nuova eugenetica, sebbene sia collegata alle piú note forme di eugenetica sociale e all’eugenetica razzista, punta a conquistare con un fascino piú sottile e discreto, che rifugge gli altisonanti proclami sulla purezza della razza, ma si appella fiduciosa ai progressi della biomedicina e al “diritto di scelta” per selezionare i tratti migliori degli esseri umani e scartare i peggiori. Costi quel che costi, anche se ciò vuol dire sopprimere embrioni umani prima di trasferirli in utero o eliminare feti nel grembo materno, o scegliere le caratteristiche genetiche dei gameti prima di procedere alla fecondazione. E dire che nel 1962 il premio Nobel Francis Crick, uno degli scopritori del DNA, ammoniva: «Che nessun neonato un giorno debba aspettare, per essere riconosciuto umano, d’avere superato un certo numero d’esami sulla sua dotazione genetica... E che, non superando questi test, non perda il diritto alla vita».

Nel 1900, con la nascita della genetica moderna, i gruppi di interesse, fino ad allora sotterranei, votati al "miglioramento" della razza umana, si trasformarono in un movimento istituzionale, oggi noto come movimento eugenetico. Storicamente, esso si poneva due obiettivi: l'aumento del potenziale riproduttivo di individui particolarmente "adatti" (eugenetica positiva) e la limitazione della riproduzione degli individui "non adatti" (eugenetica negativa). Tra il 1910 e il 1940 le associazioni eugenetiche sorsero in tutto il mondo, specialmente in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Germania. Inizialmente il movimento era legato a un senso di superiorità della popolazione anglosassone: Francis Galton, da molti considerato il fondatore del movimento eugenetico, fu, ad esempio, spinto allo studio dell'ereditarietà umana e dell'eugenetica dalla sua curiosità per quello che chiamava il "genio" ereditario della propria famiglia (era cugino di Charles Darwin).

Questa eugenetica sembra non spaventare piú di tanto, anche se, degli scomodi e imbarazzanti predecessori, conserva «la pregnanza delle [...] motivazioni, l'intento di creare per mano dell'uomo un'umanità più sana e felice», perseguendo la medesima finalità, che «in forme nuove e con nuovi e più raffinati strumenti operativi, incontrerà molti consensi nel dopoguerra, inaugurando una nuova stagione dell'eugenetica e una sua diversa, più giustificata, legittimazione pubblica» (WIDMANN G.,Origini e breve storia dell'eugenetica, in Humanitas, IV, Morcelliana, Brescia 2004, 669).

La realtà concreta è che nelle nostre attuali democrazie copiare un brano musicale o sopprimere un animale può essere molto piú gravido di conseguenze che non abortire o tentare di clonare un uomo in laboratorio. Questa è la dimostrazione evidente, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia debole e colma di contraddizioni la tanto osannata cultura laica, la cui vera corda sensibile è, in ultima analisi, quella del profitto economico e politico. I suoi ideologi della "libertà di ricerca indiscriminata" forse sarebbero stati accolti volentieri fra le file dei pensatori e degli scienziati nazisti, aborriti - a parole - dai movimenti radicali e di sinistra, quanto riesumati in alcuni principi e scelte di fondo. Forse, a ben pensarci, perfino una parte del neonazismo odierno avrebbe difficoltà a riconoscere la legittimità di questo tipo di eugenetica. Sarebbe interessante esaminare l'atteggiamento che fu del tribunale di Norimberga di fronte alla follia nazista ma, poiché quello fu solo un momento e una sede parziale di giudizio, sarà bene preferire una visione più larga di quei tristi eventi purtroppo ancora gravidi di conseguenze.

 

 

L'avvento dell'eugenetica nazista.

L'opera eugenetica nazista comincia con il progetto Aktion T4: i suoi ideatori videro nell'applicazione pratica e indiscriminata dell'eutanasia uno dei principali strumenti di controllo della razza. Essi intendevano perseguire cosí l'obiettivo della purificazione e dell'affermazione della razza ariana e la costruzione di un ordine nuovo.

Per “eutanasia” si intende comunemente la morte non dolorosa, con la quale si pone deliberatamente termine alla vita di un paziente al fine di evitare, soprattutto nel caso di malattie incurabili, sofferenze prolungate nel tempo. Essa può essere ottenuta con la sospensione del trattamento medico che mantiene artificialmente in vita il paziente (e allora si parla di eutanasia passiva), oppure attraverso differenti metodiche artificiali atte ad affrettare o a procurare la morte (in questo caso si parla di eutanasia attiva). Si definisce volontaria l’eutanasia che è richiesta o autorizzata dal paziente stesso. Oggi, alcuni movimenti politici, parlano di eutanasia volontaria auspicandone l’approvazione quale “diritto” del paziente, anche se - com’era prevedibile - alcuni recenti eventi in Olanda (come la proposta di eutanasia su minori non consapevoli) lasciano presagire ben piú gravi e ulteriori degenerazioni.

Nella Germania degli anni tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale si parlava di eutanasia - e soprattutto la si attuava - in modo differente. Nel corso della Prima Guerra Mondiale si era assistito ad un'impressionante ascesa dei decessi fra i malati cronici negli istituti di cura tedeschi: i dati riportano cifre dell'ordine delle decine di migliaia. La crisi economica e spirituale aggravata dal conflitto aveva creato un terreno favorevole ad una sorta di indifferenza per la morte di migliaia di individui incurabili e improduttivi. In questo clima cominciò ad affermarsi l'idea dell'eutanasia imposta dallo Stato come strumento di politica eugenetica ed economica. È del 1920 il libro intitolato L'autorizzazione all'eliminazione delle vite non piú degne di essere vissute, di Alfred Hoche (1865-1943) e Karl Binding (1841-1920), l'uno psichiatra e l'altro giurista. Hoche e Binding svilupparono un concetto di "eutanasia sociale": il malato incurabile, secondo loro, era da considerarsi non soltanto portatore di sofferenze personali ma anche di sofferenze sociali ed economiche. Se da un lato egli provoca sofferenze nei suoi parenti, dall'altro sottrae preziose risorse economiche che sarebbero piú utili alle persone sane e produttive. Lo Stato pertanto, secondo tale tesi, doveva farsi carico del problema che questi malati rappresentavano e risolverlo in modo definitivo.

Sopprimere tali pazienti avrebbe portato ad un duplice vantaggio: porre fine alla sofferenza dell'individuo e consentire un uso più razionale delle risorse economiche. Le loro teorie riuscirono a conquistare una parte della comunità scientifica tedesca grazie alla quale il dibattito venne promosso a questione lecita. Sarà il nazismo, in un secondo momento, ad aggiungere alle motivazioni economiche quelle razziali, ammantate da un velo di pretesa scientificità ancora più grottesco e allucinante. Già all'inizio degli anni Venti Adolf Hitler teorizzò la necessità di proteggere la razza ariana da quei fattori di corruzione che avrebbero potuto indebolirla. Cosí il nazismo auspicò un progetto eugenetico volto ad ottenere un miglioramento razziale sia coltivando e favorendo i caratteri ereditari favorevoli (eugenici), sia impedendo lo sviluppo dei caratteri sfavorevoli (disgenici). All’interno di questo progetto ovviamente non potevano trovare posto i malati incurabili e i disabili fisici e psichici. La politica eugenetica nazista è chiaramente riassunta nelle parole di Heinrich Wilhelm Kranz (1897-1945), allora direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen: “Esiste un numero assai elevato di persone che, pur non essendo passibili di pena, sono da considerarsi veri e propri parassiti, scorie dell’umanità. Si tratta di una moltitudine di disadattati che può raggiungere il milione, la cui predisposizione ereditaria può essere debellata solo attraverso la loro eliminazione dal processo riproduttivo”.

 

 

 Adolf Hitler a Monaco (1937)

Adolf Hitler a Monaco (anno 1937).
Due anni dopo accorderà la "morte per grazia" ai malati considerati incurabili
riscuotendo il favore del mondo psichiatrico tedesco

 

 

 

Il fatto sconcertante è che buona parte del mondo psichiatrico tedesco si schierò a favore delle teorie naziste. Fu cosí che uomini di scienza come Carl Schneider, professore di psichiatria, innovarono il trattamento dei malati di mente introducendo la “teoria del lavoro“. Egli sosteneva che le istituzioni aventi a carico dei malati mentali dovessero autosostentarsi impiegando i pazienti nelle attività produttive: la psichiatria tedesca si arrese cosí di fronte al progetto eugenetico nazista. Essa considerò la malattia mentale riconducendola ad un puro problema di eredità genetica. La soluzione non stava piú nella lotta al disagio psichico e nella cura dell’individuo ma nella sua soppressione fisica in nome della purezza della razza.

Il primo passo legislativo concreto verso l'attuazione del piano eugenetico lo si ebbe il 25 luglio 1933 con l'emanazione della Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie. L'8 ottobre 1935 venne emanata una seconda legge per La salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco. Con essa si autorizzava l'aborto nel caso in cui uno dei genitori fosse affetto da malattie ereditarie. La legge del 1933 autorizzava anche la sterilizzazione forzata delle persone ritenute portatrici di malattie ereditarie, cosa che portò alla sterilizzazione di centinaia di migliaia di tedeschi durante il primo decennio del regime. La campagna di propaganda destinata a convincere la popolazione della validità di tale prassi fu intensa e capillare: film, documentari, mostre di vario genere e numerosi periodici ebbero la piú ampia diffusione.

A tal fine venne creata la "Commissione del Reich per salute del popolo" che si dedicò all'organizzazione della propaganda nelle scuole, negli uffici pubblici e nel partito nazista. Ogni provincia venne dotata di un “Ufficio del Partito per la politica razziale“ presieduto da un esperto di eugenetica. Furono centinaia, in tutta la Germania, i “Centri di consulenza per la protezione del patrimonio genetico e della razza”. I medici che li dirigevano furono incaricati di raccogliere tutti i dati necessari per valutare quale parte della popolazione dovesse essere sottoposta a sterilizzazione al fine di controllare le nascite dei bambini deformi o psichicamente disabili.

Il 18 agosto 1939 la Direzione Sanitaria del Reich emanò un provvedimento segreto noto con sigla IV-B 3088/39-1079 Mi. Grazie a questa disposizione i medici dei "Centri di consulenza" dovevano essere obbligatoriamente informati dagli ospedali e dalle levatrici della nascita di bambini affetti da gravi tare fisiche o psichiche. Una volta informati, i medici convocavano i genitori ai quali veniva detto che erano stati creati centri avanzati per la cura delle malattie dei loro figli. Veniva sottolineata la possibilità di decessi considerato il carattere sperimentale delle cure ma si invitavano i genitori ad autorizzare il ricovero anche in presenza di speranze di guarigione ridotte. Ottenuto il consenso i bambini venivano ricoverati in cinque centri: Brandenburg, Eichberg, Eglfing, Kalmenhof e Steinhof. Qui giunti i bambini venivano solitamente uccisi con un’iniezione di scopolamina o lasciati progressivamente morire di fame. A decesso avvenuto i bambini venivano sezionati, ai medici interessava soprattutto studiarne il cervello. Con queste tecniche non venivano uccisi soltanto neonati o bambini di pochi anni. Gli istituti infatti si occupavano anche dei bambini ebrei che, sani o malati venivano immediatamente uccisi, come pure dei bambini tedeschi anche solo disadattati. Non è possibile stabilire con precisione quanti bambini vennero uccisi in tali istituti ma sembra che il loro numero ammonti a diverse migliaia.

A dare l'avvio alla campagna eugenetica fu un ordine scritto di Adolf Hitler in data 1º settembre 1939. In esso si affermava:

"Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l'umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia".

L'ordine, alquanto generico, menzionava i "malati incurabili", definizione estremamente larga che di fatto lasciava carta bianca alla discrezionalità dei medici. Al processo di Norimberga il segretario di Stato Lammers ricordò il punto di vista di Hitler sull'eutanasia:

«Ho sentito parlare per la prima volta di eutanasia nel 1939 in autunno: era la fine di settembre o l'inizio di ottobre quando il Segretario di Stato dottor Conti, Direttore del Dipartimento di Sanità del Ministero degli Interni fu convocato ad una conferenza del Führer e vi fui portato anch'io. Il Führer trattò per la prima volta in mia presenza il problema dell'eutanasia, affermando che riteneva giusto eliminare le vite prive di valore dei malati psichiatrici gravi attraverso interventi che ne inducessero la morte. Se ben ricordo portò ad esempio le piú gravi malattie mentali, quelle che consentivano di far stare i malati solo sulla segatura o sulla sabbia perché, altrimenti, si sarebbero sporcati continuamente, oppure i casi in cui i malati ingerivano i propri escrementi e cose simili. Ne concludeva che era senz'altro giusto porre fine all'inutile esistenza di tali creature e che questa soluzione avrebbe consentito di realizzare un risparmio di spesa per gli ospedali, i medici e il personale».

 

 Ordine di Hitler

Ordine scritto di Adolf Hitler in data 1º settembre 1939. L'ordine recitava:
"Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità,
di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere
la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l'umano giudizio,
previa valutazione critica del loro stato di malattia"

 

 

 

Con questo ordine l’eugenetica nazista, che trovava cosí la sua copertura giuridica, prese in seguito il nome in codice di “Aktion T4”. Fu il dottor Viktor Brack a creare una Direzione della “Aktion T4”: il cosiddetto “Comitato dei Periti”. Esso era, di fatto, il vertice dell’operazione ed era costituito da tre persone: il professor Werner Heyde, il professor Paul Nitsche e il professor Maximilian de Crinis. I tre, psichiatri e nazisti fidati, crearono la struttura amministrativa e idearono i successivi passaggi esecutivi per lo sterminio dei disabili fisici e psichici. Il programma Aktion T4 nel suo svolgimento tra il 1940 ed il 1941 pose fine alla vita di decine di migliaia di persone: si stima che oltre 70.000 persone classificate come “indegne di vivere” siano state soppresse.

Man mano che, a dispetto della segretezza, la Aktion T4 divenne di dominio pubblico, le Chiese cattolica e protestante iniziarono a far sentire la propria voce contro la pratica eugenetica. Degna di nota in tale contesto fu la protesta dell'arcivescovo di Münster, monsignor Clemens August von Galen. L'arcivescovo in un discorso pubblico del 3 agosto 1941 non si limitò a condannare duramente l'eutanasia ma denunziò lo Stato nazista come principale responsabile delle uccisioni. A seguito delle reazioni sempre piú decise dell'opinione pubblica Hitler decise di sospendere l'Aktion T4 impartendo l'ordine orale a Brandt e a Bouhler. L'azione di eutanasia ufficialmente era terminata ma l'eliminazione dei malati di mente non cessò affatto. Iniziò invece quella che i medici tedeschi definirono come eutanasia selvaggia: l'ancor piú segreta Aktion 14F13.

Con la Aktion 14F13 l'eugenetica venne estesa anche a quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori della norma venivano considerati una minaccia biologica. Qualunque comportamento non conforme alla logica nazista poteva essere sanzionato come pericoloso, di qui la necessità di eliminarlo alla radice. Si giunse cosí all'eliminazione di un numero elevato di persone affette soltanto da lievi disturbi della personalità insieme ad alcolisti, ragazzi problematici ma mentalmente sani, spesso anche solo ospiti di orfanotrofi in perfetta salute psichica. Fu cosí che l'eugenetica nazista, da strumento di prevenzione delle patologie fisiche e psichiatriche, divenne sempre piú strumento di repressione ideologica.

 

 

L'eugenetica moderna e l'offensiva laicista

L'eugenetica moderna non discende direttamente da quella auspicata e realizzata dal nazismo, si sviluppa però a partire da quel pensiero debole e da quel nichilismo neopagano che ne è l'autore principale. Il secondo conflitto mondiale si concluse con la sconfitta politico-militare del nazismo ma lo sforzo della de-nazificazione non contrastò certo efficacemente il substrato ideologico che negli ultimi decenni, soprattutto in Europa, è via via riaffiorato prepotentemente. Le conseguenze pratiche di questo processo involutivo le conosciamo bene: divorzio facile e veloce, matrimoni gay con adozioni, selezione degli embrioni, legalizzazione dell'eutanasia, liberalizzazione della droga, pansessualismo. Alcuni di questi provvedimenti, in alcuni Stati europei, sono già legge, altri sono in corso d'opera o annunciati a ritmo incalzante. Si ricorre ancora dunque a quei procedimenti di de-umanizzazione messi in atto da tutti i regimi totalitari che affermano la dignità sub-umana dell'avversario. Cosí durante il regime nazista gli ebrei venivano additati come somiglianti agli uomini, ma non appartenenti alla razza umana. Infatti, solo convincendoci che nemico non è umano possiamo trovare il coraggio di sopprimerlo conservando la pace della coscienza. Bisogna dire: non è un essere umano per poter uccidere... ebbene cosí è dell'embrione.

Ma chi decide "politicamente" chi è o non è davvero uomo? Chi può arrogarsi una simile autorità? E in nome di chi o che cosa? In Italia, il principale bersaglio dell'offensiva laicista è la legge 40 sulla procreazione artificiale, approvata il 19 febbraio 2004 da una larga maggioranza del parlamento, comprendente anche una parte dell'opposizione di sinistra, cattolici e non cattolici. La legge 40 non coincide certo con quanto prescritto dalla Chiesa, contraria a qualsiasi forma di procreazione non naturale. Stabilisce però dei limiti importanti: non si può fare un figlio "in vitro" con seme preso al di fuori della coppia; non si possono produrre embrioni in numero maggiore di quelli da impiantare, al massimo tre; non si possono fare diagnosi pre-impianto sugli embrioni; non si possono fare figli in età avanzata o dopo la morte del donatore; non si possono clonare esseri umani; e cosí via. Sulla difesa dei “diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”, come recita l’art. 1, la legge 40 è tassativa.

 

 

 Naziste della Gioventù hitleriana (Hitlerjugend)

Giovani donne naziste della Hitlerjugend

 

 

 

Ed è soprattutto questo punto che gli avversari vogliono abbattere: essi pretendono piena libertà di produrre embrioni in soprannumero, da selezionare, da utilizzare per i fini piú diversi, inclusi quelli terapeutici, e da eliminare. Nel tentativo di abolire la legge 40 lo strumento adottato è stato quello del referendum popolare. Il 20 settembre 2004, in un impegnativo discorso al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinal Camillo Ruini ha richiamato con preoccupazione le decisioni della Spagna in materia di famiglia, della Gran Bretagna sulla clonazione umana e dell’Olanda sull’eutanasia dei bambini. E a proposito dell’offensiva, in Italia, contro la legge 40 ha detto:

«Continua martellante, su molti organi di stampa, la polemica contro la legge sulla procreazione medicalmente assistita, anche al fine di promuovere la raccolta di firme per i referendum che dovrebbero abrogarla o modificarla su punti sostanziali. Colpisce soprattutto l'incapacità o la non volontà di prendere in considerazione lo spessore della posta in gioco, che ruota in ultima analisi intorno alla domanda sulla natura e sulla dignità dell'essere umano. La consueta enfatizzazione di casi certamente dolorosi, condotta in modo unilaterale e non di rado forzando i dati, prescinde tra l'altro dalla semplice ma assai pesante constatazione che, applicando i criteri presentati come gli unici rispettosi del desiderio di felicità delle persone, non sarebbero mai nati molti uomini e donne che oggi conducono la loro vita con gioia e con positivi risultati, come alcuni di loro hanno personalmente preso l'iniziativa di testimoniare. Sono questi i motivi per i quali non possiamo disinteressarci di simili problemi».

Sì, Lo strumento referendario non è certo il piú adatto per trattare una questione delicata come questa. Il timore, infatti, è che... "madri sorridenti con bei bambini scelti in vitro tra i migliori" decretino il successo di un'eugenetica innocente, con "tonnellate di emotività a sopraffare le ragioni ragionanti", cosí il titolo di un editoriale di Avvenire del 19 settembre 2004. Il desiderio di avere dei figli è comprensibile ma non si può riconoscere come diritto il desiderio di disporre di un'altra persona. Non si può dire che i genitori abbiano "diritto al figlio", mentre è certo che i figli abbiano davvero il diritto ad avere dei genitori!

Colpisce positivamente il fatto che fra coloro che con piú forza dibattono le questioni capitali messe in gioco dal referendum contro la legge 40 non vi siano solo cattolici, ma anche laici. Non è cattolico, infatti, lo storico Ernesto Galli della Loggia, che in un editoriale di prima pagina del "Corriere della Sera" del 17 settembre 2004 ha scritto: "La selezione genetica degli embrioni inevitabilmente riecheggia, almeno nel principio, la prassi eugenetica che fu del nazionalsocialismo e, meno spietatamente ma fino a tempi non lontani, di alcune legislazioni europee e americane". E ancora: "L'avvento come pratica di massa della selezione genetica degli embrioni rappresenta un'abissale frattura rispetto a tutto il nostro stesso passato storico. Interi universi di pensieri e di sentimenti, interi mondi morali e artistici sono destinati all'insignificanza e, in prospettiva, alla liquidazione. Primo fra essi, naturalmente, il mondo spirituale cristiano con la sua idea della preziosità irripetibile di ogni essere umano e del misterioso legame mimetico che lo lega al Dio creatore, fonte di quel retaggio di misericordia e di amore per tutti gli esseri che è alla base delle utopie universalistiche di cui da venti secoli si nutre l'Occidente".

Non è certo cattolico, anzi, è dichiaratamente agnostico, Angelo Vescovi dell'Ospedale San Raffaele di Milano, uno dei maggiori specialisti al mondo in cellule staminali, che in un'intervista al settimanale "L'espresso" del 26 agosto 2004 ha detto: "Clonare esseri umani per poi distruggerli è un delirio. La vita nasce all'atto della formazione dello zigote, ovvero con la fecondazione. Da quel momento in poi c'è un essere umano. E a me, scienziato illuminista, la ragione dice due cose: che gli embrioni sono esseri umani e che crearli per poi distruggerli è una sconfitta".

Non sono cattolici neppure Gian Enrico Rusconi, Edmondo Berselli, Giulio Sapelli, intellettuali molto letti e ascoltati dall'Italia laica e progressista, che in diverso modo hanno detto, scritto e denunciato "la leggerezza cinica con cui si danza su questi temi pesantissimi".

Non è cattolico neanche Giuliano Ferrara, che ha esortato i vescovi a non aver paura del referendum e del suo risultato, ma anzi, ad accettare la sfida, a trasformarla in un momento di azione culturale e di predicazione alta e ad "attrezzarsi per una sincera, forte, corretta, irremovibile battaglia non tanto in difesa di una legge, quanto in difesa di un'idea di umanità che è in pericolo".

 

 Charlie Chaplin

Charlie Chaplin in una scena de Il grande dittatore (anno 1940),
in cui il generale Hynkel - evidente parodia di Hitler - danza con un mappamondo dietro
ai propri sogni di conquista. Il grande attore seppe lanciare grazie al cinema
un formidabile atto d'accusa contro le dittature emergenti in Europa

 

 

 

Un riferimento comune a molti contributi simili lo si riscontra nell'opera di Jürgen Habermas, esponente della celebre scuola di Francoforte, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (pubblicato da Einaudi, Torino 2002), in cui l'autore critica la "nuova" genetica, riconoscendovi le vestigia del passato e denunciandole risolutamente. Il suo contributo è interessante per due ragioni: la prima è che Habermas non può essere accusato di integralismo cattolico, viste le sue discutibili posizioni filosofiche; la seconda è il clima in cui, attraverso la battaglia referendaria sulla legge 40, si tenta di istituzionalizzare ancor piú, dopo la prima consacrazione della legge 194/1978 sull'interruzione di gravidanza, una mentalità apertamente selettiva (quindi eugenetica) nei confronti dei soggetti piú deboli e malati.

È una strada che si cerca di percorrere per gradi, come sempre, incominciando dall'eugenetica negativa, che appare piú innocua perché si limita a prevenire, eliminare o neutralizzare i caratteri patologici, come è proprio di ogni buona medicina. Ma la sua "innocuità" si annulla non appena si consideri che l'eliminazione dei "caratteri patologici", molto spesso, si traduce nell'eliminazione "del portatore di tali caratteri", cioè dello stesso soggetto malato, che generalmente è un embrione o un feto, ovvero un individuo inerme, poco visibile e soprattutto silenzioso, la qual cosa agevola il compito, ma non ne diminuisce certo l'orrore. Ancora una volta si risolve il problema non curando la malattia ma eliminando colui che della stessa malattia è vittima.

L'eugenetica positiva, volta a potenziare alcuni caratteri fisici o psichici appare ancora piú aberrante. Chi può arrogarsi il diritto di "costruire" le caratteristiche di un altro individuo, forse piú avvenente della media ma inesorabilmente schiavo del desiderio illusorio di perfezione dei suoi committenti? Eppure nella visione dell'eugenetica liberale la prospettiva non indigna, dal momento che il criterio decisionale diviene l'incontestabile arbitrio individuale. Se l'eugenetica di Stato posta in essere dal nazismo aveva i connotati della coercitività e dell'involontarietà, quella liberale, auspicata in primis da alcune democrazie europee, ha i connotati dell'assolutizzazione della libertà individuale e del relativismo a tutto campo.

Bisogna poi notare, con Habermas, che le attuali possibilità offerte dall’ingegneria genetica rendono difficile stabilire il confine fra interventi “negativi” (terapeutici) e “positivi” (dunque migliorativi). Eliminare i feti attraverso l’aborto selettivo o gli embrioni, a seguito della diagnosi di pre-impianto, non è in alcun modo una forma di prevenzione. Quella che si previene in tal modo è la vita e la nascita di una persona, non la malattia, dal momento che è stato esaurientemente chiarito dalla scienza come l’inizio della vita umana debba collocarsi al momento della fecondazione, quando la testa dello spermatozoo penetra nel citoplasma dell’ovulo trasformando due cellule complementari (l’ovocita e lo spermatozoo) in una nuova entità unica e irripetibile, che di lí in poi prosegue nel suo sviluppo corporeo e psichico.

Nell'eugenetica negativa la medicina si colloca in posizione di giudice, compiendo una sorta di esame di ammissione all'esistenza e consentendo eventualmente la tappa successiva. Per quanto riguarda il significato piú ristretto di eugenetica "positiva" occorre tenere presente il sottile equivoco che si alimenta. Infatti, cercare di modificare i caratteri trasmissibili significa assumere una precomprensione meccanicista secondo cui il genotipo si esprimerebbe immediatamente nel fenotipo. Sappiamo in realtà che lo sviluppo psico-fisico dell'individuo è condizionato ma non rigidamente determinato dai geni, e che dalla composizione genetica di una persona non possiamo dedurre la sua qualità di vita e tanto meno decidere se quella vita è o non è degna di essere vissuta. Ciò vale anche per la manipolazione e la selezione dei gameti, tesa a circoscrivere una serie di caratteristiche che sarebbero preferibili nel figlio ideale, quello che davvero risponde ai desideri. Tali sono stati i tentativi di aprire banche del seme in cui confluissero gameti provenienti da soggetti selezionati per bambini piú "dotati".

Habermas chiarisce che tale atteggiamento strumentalizza la persona umana; ostacola l'identità personale; causa squilibri nella relazione genitori-figli che diviene sproporzionata a causa dell'eccessivo potere dei genitori; può intaccare la natura dell'agire umano, misteriosamente legata alla propria origine. Infine, stravolge il senso stesso della libertà umana, libertà che della nuova eugenetica è quasi il vessillo. Sorta da un desiderio incontrollato e orgoglioso di "poter fare", l'eugenetica liberale si rivela cosí profondamente violenta e totalitaria.

Dice Hans Jonas (-,Tecnica, medicina ed etica: prassi del principio di responsabilità, Einaudi, Torino 1997, 127): «È il potere dei viventi sugli uomini venturi, che sono gli oggetti inermi di decisioni prese in anticipo da chi pianifica oggi. L'altra faccia dell'odierno potere è la futura schiavitú dei vivi nei confronti dei morti».

La società illuministica e poi quella sovietica, nel furore rivoluzionario, avevano decretato "la morte dei padri", cosicché le nuove generazioni rivoluzionarie eliminavano quelle precedenti, trovandosi sradicate. La società rivoluzionaria post-moderna è andata oltre, spingendosi, per un male inteso desiderio di perfezione, all'eliminazione dei propri figli... cioè al suo proprio suicidio.

Anche Habermas individua il grande nemico della Chiesa e della civiltà occidentale nell'"uomo naturalistico", l'uomo che si concepisce come parte della natura e si affida in tutto all'onnipotenza scientifica, dal nascere al generare, al morire. La risposta a questa sfida capitale sta sia nella fede che nel pensiero autenticamente laico.

Per Habermas, "ateo metodico" il cristianesimo, e non altro, resta il fondamento ultimo di libertà, coscienza, diritti dell'uomo e democrazia, cioè proprio di quei capisaldi della stessa civiltà occidentale: "A tutt'oggi - afferma - non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne". Egli rileva la serietà e la coerenza della teologia tomistica, tutto l'opposto del pensiero debole che pervade anche un'ampia parte dell'attuale teologia: "Tommaso rappresenta una figura dello spirito che è stata autonomamente in grado di provare la propria autenticità. Che nei vortici della religiosità contemporanea manchi oggi un terreno altrettanto solido mi sembra una verità incontrovertibile. Nel generale livellamento della società dei media tutto sembra perdere di serietà, persino lo stesso cristianesimo istituzionalizzato. Ma la teologia perderebbe la sua identità se cercasse di sganciarsi dal nucleo dogmatico della religione, dunque dal linguaggio religioso in cui si concretizzano le pratiche comunitarie di preghiera, confessione e fede".

Circa il rapporto con le altre civiltà, Habermas sostiene che "prendere piú chiaramente coscienza delle nostre radici giudaico-cristiane non solo non è di ostacolo all'intesa interculturale, ma è ciò che la rende possibile". Contesta cosí la moderna "soggettività scatenata", destinata inesorabilmente a "scontrarsi contro ciò che è veramente assoluto, ossia contro l'incondizionato diritto di ogni creatura a essere rispettata nella sua fisicità e riconosciuta nella sua alterità, come 'immagine di Dio'".

 

 

L'offensiva anticristiana

In un’intervista al quotidiano “La Repubblica” del 19 novembre, il cardinale Joseph Ratzinger ha descritto cosí la situazione odierna: “Siamo di fronte a un secolarismo aggressivo e a tratti persino intollerante. [...] In Svezia un pastore protestante che aveva predicato sull’omosessualità in base a un brano della Scrittura, è andato in carcere per un mese. Il laicismo non è piú quell’elemento di neutralità che apre spazi di libertà per tutti. Comincia a trasformarsi in un’ideologia che si impone tramite la politica e non concede spazio pubblico alla visione cattolica e cristiana, la quale rischia cosí di diventare una cosa puramente privata e in fondo mutilata. Noi dobbiamo difendere la libertà religiosa contro l’imposizione di un’ideologia che si presenta come fosse l’unica voce della razionalità”. È innegabile che nel mondo mediatico la voce del Papa e della Chiesa cattolica vengano spesso deliberatamente fatte sparire, sommergendole nel frastuono e nel baccano orchestrati da potenti lobby culturali, economiche e politiche, mosse dal pregiudizio verso tutto quello che è cristiano e soprattutto cattolico.

Le prove di questa aggressione laicista sono ormai innumerevoli. È sufficiente ricordare il tentativo arrogante di estromettere la Santa Sede dall'ONU per la sua politica di difesa della vita e per la lotta all'aborto. È sufficiente pensare alla disinvolta e allegra maniera con cui queste stesse lobby promuovono tenacemente la confusione dei ruoli sessuali nell'identità di genere, sbeffeggiano il matrimonio tra uomo e donna, sviliscono la famiglia e la vita rendendola oggetto delle piú strampalate sperimentazioni medicali, sociologiche e politiche. In questo processo giocano un ruolo piú che mai attivo i mass-media: l'uso massiccio di una cinematografia solo apparentemente innocua serve ad influenzare l'opinione pubblica. L'intento è quello di ridicolizzare la fede e divulgare le istanze laiciste con massicce iniezioni di emotività. L'uomo mass-mediatico, infatti, piú che al rigore del discorso e alle sue premesse logiche è sensibile all'impatto emotivo: preso da questo lato egli muta piú facilmente giudizio.

Come non dimenticare poi il preciso rifiuto della menzione delle radici cristiane nel preambolo della nuova carta dell'Unione Europea lamentata piú volte da Giovanni Paolo II? È innegabile che la mancanza di logica porti numerosi leader politici a ritenere che la cultura laica sia qualcosa di oggettivo. Essa in realtà è ideologica come, se non piú, delle altre culture. Oggettiva può essere solo una cultura capace di interrogarsi sul reale e di rispondere autenticamente alle sue istanze.

Anche in Spagna la "revolución" laicista di José Luis Rodriguez Zapatero su divorzio, gay, embrioni, aborto, eutanasia all'insegna del motto: "Se la maggioranza dice una cosa, quella è la verità" tradisce tutti i limiti di un malinteso modo di concepire la democrazia. La verità - aequatio mentis ad rem - non può essere frutto di decisioni individuali o collettive, semmai è una realtà da constatare. La democrazia in quanto modo di organizzare la vita collettiva non può certo essere fonte del vero. Il valore dell'uomo, dato oggettivo e incontrovertibile, non dipende dalle istituzioni che egli si è dato, né il principio di maggioranza basta a stabilirne i valori normanti l'esistenza. È illusorio credere che l'opinione della maggioranza possa mutare impunemente la verità morale rimuovendo perfino il più elementare principio di precauzione. Ritenere di non dover tenere conto di una realtà solo perché non immediatamente tangibile è segno di grande rozzezza intellettuale e morale.

In Italia, la stessa concezione ideologico-politica, ha portato ai referendum nel tentativo di facilitare il ricorso alla fecondazione artificiale e consentire l'eliminazione dei concepiti "inadatti". Anche l'esclusione dalla carica di vicepresidente della Commissione europea del ministro italiano Rocco Buttiglione a motivo delle sue esplicite posizioni cattoliche sull'omosessualità e il matrimonio è un chiaro segno dell'avanzata di questa politica discriminatoria. Cosí scrive al riguardo Ernesto Galli Della Loggia:

«Non è solo questione del cattolicesimo, si badi: fino a prova contraria, infatti, disapprovazione dell'omosessualità e concezione bisessuale del matrimonio sono comuni anche all'ebraismo e all'islamismo [benché nel contesto occidentale non si assista da parte di entrambi ad una strenua difesa dei principi morali, a dispetto di tanti dialoghi interreligiosi. N.d.r.]. I Saint-Just in sedicesimo di Bruxelles hanno dunque messo al bando d'un sol colpo né piú né meno i tratti fondamentali dell'antropologia dell'intero monoteismo. È questa la conclusione - non so se piú ridicola o agghiacciante - dell'incontrastata egemonia, culturale prima che politica, che nel nostro Continente è sul punto di arridere ormai all'ideologia del politicamente corretto. Ciò vale particolarmente per la socialdemocrazia e per la sinistra in genere. Svaniti nell'ultimo trentennio tutti i suoi tradizionali punti di riferimento (la centralità operaia e sindacale, il maestoso welfare di un tempo, lo statalismo, perfino il comunismo), essa si ritrova sospinta dallo spirito dei tempi tra i due fuochi dell'individualismo libertario da un lato e del radicalismo movimentista dall'altro. A collegare i due, l'ideologia per l'appunto del politicamente corretto. L'ideologia cioè dell'obbligatorio e generale relativismo dei valori e della conseguente accusa di intolleranza per chi obietta, della radicale delegittimazione per ciò che riguarda i comportamenti personali di ogni vincolo rappresentato dalla storia e dal passato culturale, la tendenziale riduzione a «diritto» di ogni inclinazione o scelta individuali. È cosí che la vecchia socialdemocrazia operaista sta finendo per trasformarsi dovunque in progressismo middle class a uso interno e a uso mondiale in un nuovo universalismo che al posto dei valori politici proclama quelli supposti eticamente superiori del «diritto» e dei «diritti» e che ha nella grigia Bruxelles la sua fulgida nuova Gerusalemme» (cfr. ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, Una triste Europa politically correct, in Il Corriere della Sera del 13-08-2004).

In Germania, già nel 2000, il cancelliere Gerhard Schröder aveva scritto di suo pugno sul settimanale Die Woche un articolo dal titolo «Il nuovo uomo». Il Premier paragonava la decodificazione del genoma con l'atterraggio del primo uomo sulla Luna, e quanto alle possibili «applicazioni e conseguenze di queste tecniche» respingeva «una politica di paraocchi ideologici» giudicando anche che «si debba verificare in continuazione la sostenibilità scientifica ed etica della medicina riproduttiva». Il suo obiettivo politico resta da allora una riforma della Embryonenschutzgesetz - la normativa vigente - in senso favorevole all'uso terapeutico degli embrioni.

Alla linea del cancelliere si oppose la maggioranza dell’unione cristiano-democratica Cdu/Csu. «La questione è sempre la stessa: la dignità umana - afferma Hubert Hüppe, vice-presidente della Commissione parlamentare su etica e medicina -. Dall’esperienza della nostra storia sgorga l’articolo 1 della Costituzione dove si sancisce che “La dignità dell’uomo è intoccabile” senza condizioni. Cosí tanti posti di lavoro con la ricerca sugli embrioni finora non sono neppure nati, mentre piú importante e promettente è la ricerca su cellule staminali adulte. In questo ambito abbiamo già terapie. Le altre sono utopie». Il vero freno alle ambizioni del cancelliere sono però gli alleati di governo. La posizione dei Verdi tedeschi, secondo le linee definite nella conferenza federale del novembre 2003 e non piú modificate, è che «con il compiersi della fusione di ovulo e spermatozoo inizia la vita umana».

L’Europa che rifiuta le radici giudaico-cristiane è senza radici ed è pericolosa. Come si sa, chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, anche nei suoi aspetti peggiori e liberticidi. Siamo arrivati al punto in cui, con il pretesto di difendere la libertà e il pluralismo, si sta introducendo un totalitarismo culturale che nega libertà di coscienza, pensiero e opinione. L’Europa liberale smentisce le sue stesse origini illuministiche: “Non condivido le tue idee - diceva Voltaire - ma darei la vita affinchè tu possa esprimerle”! I cattolici, in particolare, qualunque sia la loro opzione politica, non possono accettare di essere ridotti a un silenzio, che ormai rischia di essere non solo pubblico, ma anche privato. Questa Europa irretita nel suo piatto relativismo non concepisce neanche piú quei suoi grandi principi che hanno civilizzato il mondo e per non chiamare i problemi per nome usa il “linguaggio politicamente corretto”, si dice laica mentre pratica una forma arrogante e dogmatica di ideologia laicista.

 

 

La manipolazione politica delle statistiche e la "predicazione laica"

La nuova eugenetica si avvale certamente di abili oratori, facilitati, fra l'altro, dall'assenza di qualsiasi vincolo alla verità che, fra l'altro, a loro dire neppure esisterebbe. Contraddittoriamente, però, essa propone delle sue "verità" quanto mai dogmatiche, presentate con assoluta seriosità e tenacia. Con questo criterio vengono manipolati sondaggi fasulli per dare ragione alle proprie teorie e per convincere gli oppositori che sono in minoranza. Si racconta, per esempio, che l'introduzione della 194 abbia fatto calare gli aborti legali del 44% e quelli clandestini del 79%, come se si conoscesse il numero esatto degli aborti clandestini, sia precedenti al 1978 che attuali, come se non fossero, appunto, clandestini!

È una vecchia tattica, che dura da decine di anni. Infatti data almeno dal 1971. In quell'anno il PSI presentò al Senato una proposta per l'introduzione dell'aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all'anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15 ottobre 1971, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva addirittura a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali (Corriere della sera del 10 settembre 1976: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l'anno; Il Giorno del 7 settembre 1972: da 3 a 4 milioni l'anno...). Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la legge 194, che legalizzò l'aborto.

Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l'aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor piú. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell'intero anno, sono morte 9.914 donne tra i 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000! Oggi sappiamo che buona parte della campagna "pro aborto", in Italia come negli USA, si basò su una serie di menzogne premeditate. Lo raccontano personaggi insospettabili, come Norma Mc Corvey, detta Roe, cui si deve appunto la legalizzazione dell'aborto in America. Il suo caso pietoso di donna povera, tra riformatorio e lavori precari, amanti e droga, venne usato dagli abortisti con estrema spregiudicatezza per commuovere l'opinione pubblica. Si puntò sul sentimentalismo, sulla sua storia personale, arricchendola di colorite invenzioni, come il fatto che fosse stata vittima nientemeno che di uno stupro di gruppo. Lo stesso uso dei casi estremi e pietosi fu fatto, in Italia, con le donne di Seveso, e viene riattualizzato oggi da alcuni esponenti dell'area radicale.

Queste strategie sono state svelate anche dal celebre dottor Bernard Nathanson, fondatore a New York della "Lega d'azione per il diritto all'aborto", nel 1968, e direttore, all'epoca, della piú grande clinica per aborti del mondo. Egli, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di propria mano, ha riveduto le sue posizioni, ed ha tra l'altro affermato che una delle menzogne per convincere l'opinione pubblica era l'impiego di "sondaggi fittizi" e la falsificazione dei dati sugli aborti clandestini e le donne morte a causa di essi. "Purtroppo l'informazione inesatta e tendenziosa rimane per gli abortisti il metodo migliore di propaganda" (cfr. NATHANSON B., Aborting America, Doubleday & Co., New York 1979). Sempre Nathanson ricorda altre strategie utilizzate all'epoca da se stesso e dai suoi colleghi: sviare il discorso dal campo scientifico a quello ideologico, accusando la Chiesa di posizioni preconcette e moralistiche; spiegare che i cattolici devono distinguere tra questioni puramente religiose e leggi dello Stato; affermare che tutti i mezzi di informazione sono schierati con la Chiesa, "arrogante e prepotente"... Le stesse identiche storie che ognuno può sentire ancora oggi, piú di trent'anni dopo, ascoltando le tirate sentimentali dei leader radicali che rimpiangono il libero e selvaggio far West della provetta.

 

 

 

Presa visione

della posizione del Comitato «Scienza & vita» circa la convocazione referendaria (11-12 giugno 2005) intesa a modificare in senso peggiorativo le "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita" (L. n. 40 del 19 febbraio 2004), pur riconoscendo nel referendum uno strumento di democrazia, ma ritenendolo in questo caso del tutto inadeguato, avuto riguardo alla gravità e complessità della materia e considerata la formulazione intenzionalmente equivoca dei quesiti proposti,

 

 riconoscendo innanzitutto che

la vita umana è sacra e quindi inviolabile e indisponibile,

 

 nella convinzione che

la dignità della vita umana e il suo valore assoluto siano i principi da cui deve scaturire l'etica di ogni comportamento individuale e di ogni scelta sociale e politica,

 

 tenuto conto del fatto che

la vita della persona umana inizia al momento del concepimento e che quindi l'essere umano concepito è persona umana e soggetto di diritto, a partire dal diritto alla vita, di cui devono essere garantiti sotto ogni profilo la protezione, la conservazione e lo sviluppo integrale,

 

denunciando che le tecniche di fecondazione artificiale

- comportano, per la loro realizzazione, l'uccisione di esseri umani allo stato embrionale;

- scaturiscono da un progetto antropologico degradante la dignità della persona umana e della sua procreazione;

- procedono dalla considerazione della vita umana come mero oggetto producibile e manipolabile sulla base delle finalità imposte dalle tecniche biologiche;

- generano una deriva autoritaria ed eugenetica, peraltro già in atto, in cui la cura e la tutela della vita umana nascente non sono garantite:

 

Si invita all'opposizione contro ogni iniziativa culturale o politica ostile alla vita e alla dignità umana.

 

 

 

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Breve bibliografia

 

 

 

AA. VV., Humanitas, IV: La sfida dell'eugenetica. Scienza, filosofia, religione, Morcelliana, Brescia 2004.

BURRIN PHILIPPE, Hitler e gli ebrei. Genesi di un genocidio, Ed. Marietti, Milano 1994.

BERLINI ALESSANDRO, Il filantropo e il chirurgo. Eugenetica e politiche di sterilizzazione tra XIX e XX secolo, L'Harmattan Italia, Torino 2004.

FRIEDLANDER HENRY, Le origini del genocidio nazista, Editori Riuniti, Roma 1997.

JÜRGEN HABERMAS, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002.

LIFTON ROBERT J., I medici nazisti. La psicologia del genocidio, Rizzoli, Milano 2003.

NATHANSON Bernard N. - OSTLING RICHARD N., Aborting America, Doubleday & Co., New York 1979.

NATHANSON Bernard N., The Abortion Papers: Inside the Abortion Mentality, Frederick Fell Publishers, New York 1983, 208-209.

RICCIARDI VON PLATEN ALICE, Il nazismo e l'eutanasia dei malati di mente, cur. Mazzoni C., Ed. Le Lettere, 2000.

SPINSANTI SANDRO - PETRELLI FRANCESCA, Scelte etiche ed eutanasia, Paoline Editoriale Libri, Cinisello Balsamo 2003.

 

 

 

 

 

 

ALLEGATI

 

 

1. Obiezione di coscienza - La legge ingiusta non obbliga

2. In materia di cellule staminali (di Angelo L. Vescovi)

3. Fecondazione, Chiesa, valori, laicismo (di Ernesto Galli della Loggia)

4. Un esempio di scienza venduta al potere politico: il Manifesto della razza

 

 

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5. Noi cannibali e i figli di Medea (di Oriana Fallaci) [948 KB]

 

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