Considerare l'uomo
Queste poche righe non costituiscono una riflessione sull'arte del comando quanto piuttosto sull'attenzione all'uomo e alla sua dimensione spirituale, mai abbastanza meditata. È importante che colui che comanda abbia e sviluppi sempre piú tale sensibilità. Spesso, anche nel mondo militare, si cede all'illusione efficientista di un materialismo che guarda alla "produttività", relegando ai margini tutto ciò che non è immediatamente tangibile. La tentazione purtroppo sarà sempre questa ed è contro tale ristrettezza di vedute che bisogna avere il coraggio di lottare. Ma cosa si intende per "attenzione all'uomo" e alla sua "dimensione spirituale"?
Sono due gli elementi che occorre evidenziare e che potremmo indicare nella loro totalità anche come fattore umano:
1) Attenzione all'uomo visto sempre come fine e mai come mezzo, nella sua dignità intrinseca e nella sua conseguente struttura relazionale.
2) Attenzione alla dimensione spirituale. Già compresa e postulata dal primo elemento, viene tuttavia specificata per sottolinearne l'importanza. Essa significa considerazione per quanto di piú profondo e di piú vero c'è nell'uomo, per il suo elemento piú decisivo, la sua capacità di oltrepassare ogni limite; significa attenzione alla sua esigenza trascendente di relazionarsi con l'assoluto che si concretizza nella religiosità e nelle conseguenti forme di spiritualità. L'uomo è l'unico essere capace di trascendere se stesso e i limiti impostigli dalla materia in un anelito verso l'assoluto che è insopprimibile e che esige di essere riconosciuto.
Qualità etico-morali del comandante
È vitale capire che nell'arte del comando, in pace come in guerra, è necessario tenere conto del fattore umano. Sbaglierebbe gravemente, perfino in campo squisitamente tattico-strategico, il comandante che perdesse di vista la sua importanza. Questo tuttavia non deve fare del comandante una sorta di surrogato del cappellano, ciò che stravolgerebbe la sua opera e perfino quella dello stesso personale religioso: occorre sempre mantenere un equilibrio attento fra ruoli diversi ma complementari. Un vero comandante deve essere un custode attento della sua identità e del suo ruolo, della gerarchia e della linea di comando; un cultore irreprensibile dell'ordine e della disciplina. Solo con questa limpidezza a tutta prova egli potrà guadagnare veramente il cuore dei suoi uomini. Tuttavia ciò sarebbe ancora insufficiente qualora egli non tenesse conto di ogni uomo, incluso l'avversario, nel caso venga a trovarsi in un contesto operativo. È per questo che affidare il comando di uomini a chiunque abbia un grado per farlo è una grave imprudenza: occorre un carisma particolare che non a tutti è dato e che nessuna scuola o accademia può trasmettere. Carisma che è dono personale per l'edificazione del bene comune: può solo essere riconosciuto e coltivato e nulla piú; mai lo si potrà ottenere a chi non ne è dotato. Pochi possono diventare comandanti di uomini.
Esercizio di saggezza
La storia di tutti i tempi insegna che il disprezzo e la conseguente sottovalutazione del nemico hanno sempre condotto ad esiti infausti ogni campagna bellica. Nel bene e nel male, in pace e in guerra, il protagonista primario è sempre l'uomo, con le sue qualità e i suoi limiti. Senza l'elemento umano a poco serviranno potenza di mezzi e tecnologia, soprattutto in un conflitto asimmetrico dove è possibile relativizzare volume e potenza di fuoco, contrastando validamente anche il dispositivo militare piú poderoso e sofisticato. Perdere di vista l'elemento umano equivale, presto o tardi, ad esporsi stupidamente alla sconfitta. "Stupidamente" trae origine dal latino stupidus, verbo stupere (ossia stupirsi, sbalordirsi, meravigliarsi) e sta ad indicare l'atteggiamento di colui che resta come inibito, bloccato - stupefatto appunto - dinanzi all'imprevisto.
Quale imprevisto tuttavia? Quello dell'elemento umano nella sua dimensione piú profonda? Può un comandante di uomini dimenticare questo? Si può essere colti alla sprovvista da una nuova arma, da una nuova tattica o strategia ma non certo dall'elemento umano e da ciò che piú lo qualifica. Essere colti alla sprovvista da ciò che dovrebbe essere tenuto sempre presente è una vera stoltezza. Essa connota il comandante che si ritiene capace di gestire ogni imprevisto con tanta piú sicumera quanto piú grandi sono la sua approssimazione culturale e morale. E così che egli, tanto ossequioso dei suoi superiori quanto intransigente con i suoi inferiori, tenderà a sollecitare il favore dei suoi soldati mirando al ribasso etico. Se pure esigerà ordine e disciplina sarà poi tentato di temperarne il rigore concedendo prevaricazione e licenziosità di costumi: è anche cosí che negli eserciti antichi e moderni gli stupri di massa e i saccheggi entrarono a far parte delle tattiche di occupazione del territorio. Se tale mentalità è deprecabile in guerra ed è meritevole dei piú severi rigori del diritto bellico cosa dire quando essa alligna larvatamente anche in tempi e contesti di pace? È cosí che questo tipo di comandante trasforma i suoi uomini in malviventi quando non in potenziali criminali di guerra.
È illusorio credere che ordine e disciplina possano essere realmente interiorizzati senza rigore etico e morale. La Scrittura ci rammenta che: «Il paziente val piú di un eroe, chi domina se stesso val piú di chi conquista una città» (Pr 16,32). Prima di comandare agli altri bisogna imparare a comandare a se stessi, senza questo impegno costante ogni altra cosa è vana, ogni scuola e ogni accademia non sarà altro che velleità. Non è mai inopportuno chiedersi se i luoghi di formazione siano all'altezza della reale statura che si richiede ad un ufficiale in comando; se essi si siano affrancati dai patetici miti del superuomo, se essi formino uomini capaci di collaborare, di maturare in sincera emulazione oppure creino ancora carrieristi e raccomandati pronti ad opporsi l'un l'altro pur di avanzare in grado e prestigio. Gli attuali sistemi formativi e di avanzamento - note caratteristiche incluse - quale tipo di uomo e di comandante avvantaggiano realmente? Quanto viene curata la dimensione interiore del futuro ufficiale? Quando viene favorita e perseguita la sua autentica maturazione umana, la sua maturazione culturale, spirituale e affettiva? Il giovane accademista, l'ufficiale solito ai postriboli non avrà mai la statura e l'ossatura interiore di un vero comandante di uomini; non avrà mai quella maturità esperta nel soffrire di chi ha fatto seriamente scelte e rinunce, scolpendo giorno per giorno nella sua carne, come il metallo sulla pietra, i suoi tratti piú veri di uomo e di ufficiale. Per un superficiale il comando è orgoglio e voluttà; per un vero uomo il comando è dovere a cui accostarsi con diligenza e gravità: ecco le reali proporzioni, l'incolmabile differenza, fra un vero capo e un insignificante quadro dell'apparato militare, quella che passa fra la levitas e la gravitas.
La disumanità della Grande guerra risalta anche nelle proporzioni delle sue armi.
Un soldato italiano posa per una foto accanto ad un proiettile di artiglieria da 420 mm.
Alcuni cenni storici
Purtroppo piú grande è il potere dello strumento bellico a disposizione piú si è esposti al pericolo dell'orgoglio. È facile credere che in guerra tutto possa essere lecito e possa essere risolto senza alcuno scrupolo con la forza bruta. Per questo Stalin si chiedeva quante divisioni avesse il Papa. La storia aborrí Stalin e il suo culto della personalità e - ad onta delle squallide sentenze dell'opportunista Machiavelli - vide il Papa affermarsi piú che mai, benché profeta disarmato. Per questo le armate naziste impiegarono la forza bruta nella Campagna di Russia... eppure persero. Altrettanto fecero le armate americane in Vietnam... eppure persero. Allo stesso modo fecero le armate sovietiche in Afghanistan... eppure persero. Purtroppo, nonostante tante lezioni subite, ci si ostina a fare ancora oggi gli stessi errori del passato.
Nella Seconda guerra mondiale molti politici e generali alleati capirono, se non altro per ragioni economiche, che è piú saggio trattare con onore il nemico piuttosto che schiacciarne la dignità. Nei primi del Novecento un'insaziabile sete di vendetta e di profitto aveva fatto cadere la Germania, sconfitta nella Grande guerra, nella miseria piú estrema: quell'umiliazione fu il miglior terreno di coltura del nazismo e della devastazione globale che ne sarebbe seguita. Qualsiasi politico e stratega accorto sa bene che la guerra è cosa di un momento; che la forza va impiegata solo quanto basta poiché alla fine la parola torna sempre alle esigenze vitali insopprimibili degli scambi culturali e del commercio. Era questa - già nel lontano Settecento - la raccomandazione del generale Cornwallis, vice-comandante delle forze inglesi, ai suoi uomini impegnati a reprimere la rivolta nelle colonie americane (1776-1783).
Purtroppo orgoglio e stupidità vanno spesso a braccetto e sono i nemici piú pericolosi di qualsiasi stratega. Il risultato in tutti i casi è lo stesso: la sottovalutazione dell'avversario. Se poi alla sottostima del nemico si aggiunge la disistima nei confronti dei propri uomini il risultato è disastroso. Cosí accadde all'Italia sabauda nella Prima guerra mondiale, quando subí il disastro di Caporetto (ottobre-novembre 1917), frutto in gran parte della disumana leadership del generale Cadorna (1850-1928). Non a caso il successore, il generale Diaz (1861-1928), inaugurò la sua linea di condotta stabilendo un rapporto diverso, piú comprensivo con il soldato, cosí duramente sfruttato e vilipeso in una guerra atroce che, in verità, si sarebbe potuta evitare o quanto meno contenere. Il superiore che per affermarsi e imporre l'autorità ha bisogno di creare un clima intimidatorio, in realtà manifesta non la sua forza ma solo le reali proporzioni della sua debolezza e della sua incompetenza professionale. È pericoloso fomentare il divide et impera nel contesto militare, soprattutto sul campo di battaglia.
Nulla è piú crudele delle guerre costruite a tavolino dai giochi sordidi della politica e della diplomazia... ma ormai la storia ha fatto il suo triste corso. Cosí il soldato, volente o no, combatte spesso una guerra sanguinosa che i suoi veri mandanti spesso non vedranno mai da vicino, spesso nemmeno dietro gli schermi protettivi degli apparati informativi e operativi che pur controllano. È proprio a tale livello che è piú facile dimenticare l'elemento umano precipitando sempre piú in una spirale dell'orrore che la storia, pure recente, ha cosí bene evidenziato. Nei calcoli strategici si può inserire una serie immensa di variabili, soprattutto con le attuali tecnologie, ma non si può mai quantificare il potenziale umano, la sua capacità di determinazione o la sua rassegnazione e questo può fare la differenza.

«La carica di Balaklava»
Circolo Ufficiali dei «Lancieri di Montebello» (8º) - Roma
«Armare i cuori»
Essere comandanti significa prima di tutto essere davvero uomini: nobili con i superiori, nobili con i subalterni. Certo, con il comandante si collabora, e al comandante si obbedisce, per il fatto che "è il comandante", nondimeno un rapporto umano sincero e un atteggiamento collaborativo gioverà sempre al morale degli uomini e alla condotta delle operazioni. A poco varranno tuttavia gli sforzi generosi dei suoi uomini se egli non sarà all'altezza dei compiti affidatigli. E per essere all'altezza insieme all'equilibrio occorre anche il coraggio (dal provenzale coratge che si stima provenga dal latino popolare coraticum). È cosí: occorre metterci il cuore... un cuore grande, o se si preferisce... una grande anima.
La storia insegna che chi lotta per la propria dignità si batte con un coraggio ed una determinazione immensamente superiori a quelle di chi lotta per la "ragion di Stato" o - peggio ancora - per la "ragion d'impero". La storia degli imperi è fatta di grandi vittorie e di graduali, inevitabili e irreversibili sfaceli. Gli imperi di solito cadono pezzo a pezzo, perdendo una battaglia dopo l'altra, anche perché in uno scontro frontale è spesso impossibile sfidarli. Cosí è stato dell'impero britannico e di molti altri. In tutti i casi l'elemento umano è sempre stato determinante. L'impero britannico in India non fu costretto alla ritirata da un potente esercito o da una grande armata rivoluzionaria ma da un uomo inerme, materialmente povero e all'apparenza insignificante che rispondeva al nome di Mohandas Karamchand Gandhi, detto non a caso "Mahatma", ossia "la Grande anima". Furono proprio la sua spiritualità, il suo carisma, a fare dell'intera India un immenso "esercito non-violento" che costrinse l'orgogliosissimo e pressoché invitto impero britannico ad un ammaina-bandiera che segnò una svolta epocale.
La realtà è che per poter vincere bisogna armare i cuori, molto prima dei ranghi di qualsiasi esercito. Armare i cuori è un'espressione forte, di quelle che farebbero tremare le vene e i polsi a intere schiere di pacifisti conformisti, se non fosse che... Se non fosse che "armare" - nella dinamica spirituale - non corrisponde a "bellicizzare", ossia a "muovere materialmente alla guerra". L'apostolo Paolo, infatti, scrisse ai cristiani di Efeso:
«Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6,13-17).
Il cristiano, in verità, è un "atleta", un "combattente dello spirito", ecco dunque cosa significa "armare i cuori". Colui che ama Dio non teme nient'altro al di fuori di Dio stesso. Colui che non crede in nulla in ultima analisi finisce con il temere tutto ciò che non è Dio o che pretende di prendere il posto di Dio, diventando cosí succube delle menzogne piú gravi e piú radicali che possano esserci, dalla statolatria all'idolatria. Per questo nel paganesimo l'uomo si inchinò con timore e tremore dinanzi ai fenomeni naturali e alle bestie non avendo cognizione alcuna della vera natura divina. Per questo nel neo-paganesimo moderno l'uomo si assoggetta a tutto, toccando la piú profonda abiezione, avendo dimenticato la cognizione di Dio e della stessa sua dignità. Ma se temere - e soprattutto amare - Dio ha un senso, non lo ha affatto temere o riverire le mille paure prospettate da un pensiero e da una coscienza deboli, preda delle attuali ideologie nichiliste.
Armare i cuori significa restituire dignità all'uomo, farne un combattente dello spirito, conscio della sua nobiltà e dei valori per cui battersi. In verità, come scrive Dostoevskij ne I fratelli Karamazov: "Se Dio non esiste, tutto è permesso"! Per cosa dovrebbe combattere un vero ateo? In cosa dovrebbe credere un non-credente per poter combattere se perdendo il corpo, la sua uni-dimensionalità fisica, ha perso tutto, proprio tutto? In ultima analisi all'ateo resta un solo obiettivo per cui combattere: la libertà di poter fare tutto ciò che piú gli aggrada in un'esaltazione sempre maggiore di se stesso. Se tutto è relativo infatti, e tutto è frutto del caso, cosa resta di "assoluto" se non il proprio io, il proprio volere contingente? Dinanzi all'ateismo solo due strade sono percorribili: l'esaltazione dell'io in un totalitaristico culto della personalità oppure la degradazione nel piú abbietto servilismo al piú forte di turno. Non è da tutti arrogarsi un ruolo da leader, i piú, soddisfatti i bisogni primari, si accontentano di vivere sottomessi al riparo dai problemi impostigli dalla libertà e dalla dignità. La storia dei grandi totalitarismi del Novecento ci ha mostrato molto bene sia l'una che l'altra cosa.
Il pensiero debole e il pericolo nichilista
La nostra cultura odierna sta scivolando sempre piú verso il relativismo e verso il nichilismo. Con un'aggravante tuttavia: molti non lottano piú per costruire un futuro, come hanno fatto i nostri padri - spesso credenti -, lottano per mantenere egoisticamente le posizioni acquisite, quando non per distruggere i valori, in una pretesa folle di libertà assoluta da ogni vincolo - perfino morale - che non potrà sussistere indefinitamente. Quali combattenti, quali "soldati del futuro" ci illudiamo di formare in un mondo siffatto? La profezia è facile: gli eserciti composti da simili soldati e comandati da politici-demagoghi e generali-manager-senza-fede-e-senza-morale sono votati al fallimento e alla sconfitta. In verità non esiste disciplina senza una fede, non esiste esercito senza una disciplina. Le alternative possibili sono due: recuperare l'uomo e i valori perenni che rendono ragione della sua dignità oppure rassegnarsi al degrado e alla sconfitta. Osservando i conflitti ingaggiati dalle super-potenze, dalla guerra di Corea fino ai giorni nostri, non è possibile non accorgersi dei vistosi fallimenti che pure hanno fatto seguito alla strategia definita dalla formula "massima potenza più alta tecnologia". C'è un altro dato incontrovertibile che nessuna tecnologia potrà mai mettere in discussione: non esiste vero controllo del territorio senza la presenza dell'uomo.
Le moderne tattiche offensive non richiedono grandi doti umane, a parte le capacità tecniche. Dirigere un'arma "intelligente" a migliaia di chilometri di distanza dalla propria postazione a bordo di una nave o all'interno di un bunker sotterraneo; presidiare virtualmente un territorio operando con un satellite spia o con un drone non richiede doti particolari, basta una coscienza senza scrupoli. Conquistare palmo a palmo il territorio e controllarlo, restando esposti ad ogni genere di attacchi, richiede coraggio e tante qualità umane, inclusa la capacità di rapportarsi intelligentemente con il nemico. Per fare tutto ciò occorre la motivazione giusta, specie se lo si fa in casa d'altri. Quali motivazioni vogliamo e possiamo dare agli uomini della nostra epoca? Ai giovani rotti ad ogni droga, mentale e chimica, rammolliti dalla logica della sensualità? Le bugie non durano a lungo, occorre ritrovare urgentemente motivi e valori da offrire a uomini che si auspica diventino sempre piú sensibili ed esigenti. Esigenti in fatto di verità e di giustizia; liberi dagli inganni di un mondo culturale e mediatico sempre piú bugiardo e sempre piú manipolato.
Uomini per i quali le parole della Scrittura non di rado assumono dei contorni cosí vividi da cambiare per sempre una vita: «...non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta...» (cfr. Eb 12,4). Combattenti per cui l'aldilà è spesso piú vicino dell'aldiquà. Che hanno già messo in conto la possibilità della propria morte, oggi, domani, o fra poche ore, e la affrontano pronti, spogli di ogni peso superfluo, attenti al compagno d'armi che combatte al loro fianco, nella speranza che almeno la sua non sia l'ultima battaglia. È questo il rude ma sincero amore fra commilitoni, sotto il fuoco, e non è possibile che esso non sia accolto al cospetto di Dio. Anche per questi il Signore ha detto: «Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12). Di tanto deve essere degno un comandante, il cui duro mestiere è quello di mandare dei giovani in battaglia, incontro alla morte, sapendo bene che su di essi si può contare, perché terranno la posizione finché avranno vita nel loro giovane corpo, fino a quando l'orrore della guerra non ne reclamerà l'estremo sacrificio. Di tanto deve essere degno un comandante.
Leonardo Sciascia ne Il giorno della civetta (1961) distinse gli uomini in cinque categorie diverse: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i pigghianculo e... i quaquaraqua; la domanda è: Quale uomo (e quale ufficiale) stiamo formando?
Ai posteri prossimi venturi l'ardua sentenza.
**
